Victory garden, orti di guerra, orti di pace

Poco rassicurati dalle parole degli uomini forti al potere, molti cittadini statunitensi stanno affrontando la pandemia di coronavirus con una certa ansia. Mentre alcuni fanno qualcosa di incomprensibile per noi italiani che cantiamo alle finestre, ovvero comprano armi e munizioni, altri temono che l’approvvigionamento non sia garantito sul lungo periodo, quindi stanno rispolverando una pratica risalente ai tempi di guerra: i victory garden.

I victory garden altro non sono che orti nati durante la prima e la seconda guerra mondiale su sollecitazione dei governi americani, canadese, britannico, australiano, ma non solo. Lo scopo era duplice, da un lato l’esigenza di far fronte alla scarsità agricola dovuta al conflitto, alla mancanza di manodopera mentre gli uomini erano a combattere, dall’altro lato invece si intuiva già il forte valore terapeutico di un orto, e l’autoproduzione di cibo fungeva da elemento di empowerment, ovvero migliorava la percezione dell’autoefficacia dei cittadini in un periodo in cui la normalità era sospesa. Si pensi che persino Eleanor Roosvelt ne fece allestire uno nel giardino della Casa Bianca molto prima di Michelle Obama, che invece cercava di far capire all’americano medio l’importanza di una sana alimentazione a discapito dell’onnipresente schifezzina fritta. Ogni epoca ha le sue criticità.

Il movimento dei victory gardens ebbe un successo tale che nacquero anche dei fenomeni comunitari come le gare per gli ortaggi coltivati nel proprio giardinetto, ma anche sul proprio balcone, negli spazi pubblici, lungo le ferrovie. Lo scopo era coltivare il più possibile ovunque, e in effetti di cibo ne venne prodotto davvero tanto. Questa pratica fece anche aumentare notevolmente gli allotment nel Regno Unito. Gli allotment sono l’equivalente degli orti sociali che in Italia sono appannaggio quasi esclusivo dei pensionati, mentre nella Perfida Albione della Brexit e della ritrattata, per fortuna, immunità di gregge, ma dal pollice verde, sono molto apprezzati da ortolani della domenica di qualunque fascia di età. Pensiamoci!

Insomma, in tempi di paura e ristrettezza, ciò che rassicura maggiormente l’essere umano in termini di sopravvivenza è la capacità di mettere un seme nella terra e ricavarne cibo. L’autosufficienza. Questo ovviamente non riguarda solo gli anglofoni, anche in Italia, proprio durante le guerre, abbiamo adottato le stesse pratiche con gli orti di guerra. Nel pieno del delirio autarchico fascista arriva dall’ufficio della propaganda l’ordine tassativo di coltivare, coltivare tutto al suono di “nemmeno una zolla rimanga incolta”. Vicino a casa mia, nella grassa, dotta e rossa Bologna (ma non solo), ogni angolo verde, parco, cortile e giardinetto viene convertito a campo o orto per ordine del Podestà nel ’41. Avete presente i Giardini Margherita dove ora, o almeno prima dei decreti di Conte, si andava per una cannetta, una pomiciata o una schitarrata? Completamente coltivati a colza e grano, trebbiato dai gerarchi fascisti in camicia nera e benedetto sul sagrato di San Petronio. Succedeva solo 80 anni fa, non sono poi molti, eppure sembra un’immagine quasi surreale, situazionismo puro del colore sbagliato. Ma in tempo di guerra saper coltivare voleva dire mangiare, voleva dire sopravvivere. Forse.

Finisce la guerra, e cosa succede agli orti? Un po’ vengono dismessi, un po’ diventano una forma di socialità dei soliti fricchettoni idealisti (ma che alla fine pare la sappiano più lunga dei manager stressati) che fondano gli orti comunitari, come quelli famosissimi di Manhattan. Negli spazi urbani in disuso e decadenza, gruppi di persone colorate decidono di collaborare per coltivare orti pieni di ortaggi e fiori. Non si pensa più solo alla sopravvivenza e all’ottimizzazione della resa, ma anche agli aspetti estetici ed ecologici per favorire una socialità diversa, basata su un’esperienza condivisa. Ne abbiamo tanti anche in Italia, basta cercarli.

Infine, proprio qui, nella vicinissima, e mai dimenticata dalla sottoscritta, Romagna, nasce un’esperienza dal nome bellissimo, che rivendica la vera natura dell’orto e gli ridà dignità. Nasce la Rete degli Orti di Pace. Tra i fondatori ci sono due persone meravigliose che purtroppo ci hanno recentemente lasciati, Pia Pera e Gianfranco Zavalloni, e assieme a loro molti altri collaborano creando questa rete ideale che collega orti didattici, orti comunitari, orti nelle carceri, negli istituti di cura ed educativi, e tutte quelle esperienze umane in cui piantare un seme significa credere ostinatamente in un futuro migliore.

Sono sicura di aver tralasciato tantissime esperienze di orti in territori occupati, zone siccitose, campi profughi, luoghi dove il disagio batte qualunque velleitá, ma spero di avervi raccontato una storia interessante e di ispirazione. Gli americani si stanno portando avanti, forse immotivatamente, forse a buona ragione, e anche molti italiani stanno riconvertendo parte dei propri giardini ad orto, forse più per noia che per necessità. Sarebbe ora di smentire il famoso detto secondo cui “l’orto vuole l’uomo morto”, perché è evidente che l’orto è vita.

Seminiamo speranza.

(tutte le immagini sono prese da Pinterest)

1 Comment

  1. Molto interessante, in effetti nelle regioni in cui sopravvive una tradizione di coltivatori L orto ,per la produzione familiare ,veniva chiamato giardino ed insieme agli ortaggi c erano fiori ed erbe medicinali . Hai nominato Pia Pera una delle mie autrice preferite “L orto di un perdigiorno” per non parlare del suo ultimo libro ed un libretto che potrebbe interessarti se non l’hai già letto è “L ‘arte di coltivare L ‘orto e se stessi “ di Adriana Bonavia Giorgetti

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